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Dott. Daniele Aprile
Medico Chirurgo
Psicoterapeuta di indirizzo psicodinamico, e
sperto nell'interpretazione psicodinamica del disegno infantile e adolescenziale.
Direttore Sanitario del "Centro Medico Nuova Città Onlus", il primo poliambulatorio italiano gestito da una ONLUS. 

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Perché e quando rivolgersi ad uno Psicoterapeuta?


Attualmente è ancora molto diffusa l'idea del ricorso allo psicologo come “ultima spiaggia”: spesso solo quando si avverte di aver esaurito tutti i tentativi di soluzione del problema e prevale la confusione mista all'incertezza, si affaccia nella nostra mente il pensiero di ricorrere all'aiuto di uno psicoterapeuta.
L'inizio di una psicoterapia, a volte viene erroneamente vissuto come la certificazione del passaggio da una condizione normale ad una condizione patologica, che necessita di una “cura”.

In secondo luogo, c'è da rilevare la difficoltà ad accettare gli aspetti della propria personalità che giudichiamo “anomali” solo perché non coincidono con la rappresentazione ideale che abbiamo di noi stessi.
Ad esempio, una persona che sta affrontando una separazione/divorzio, non necessariamente presenta disturbi psicopatologici, ma ciò non esclude che egli possa ugualmente aver bisogno di uno specialista che l'accompagni durante una fase significativa della sua storia personale, offrendogli l'opportunità di vivere “un'esperienza emozionale correttiva” (Alexander, 1946).
Ad esempio, un genitore che si rivolge allo psicologo non lo fa perché ha una psicopatologia, ma solo perché vive la frustrazione di un rapporto disfunzionale con il figlio e, desidera confrontasi con uno specialista che l'aiuti ad individuare quelle modalità che si sono rivelate inefficaci in una relazione così significativa come quella genitore/figlio.
Questi sono solo alcuni esempi della versatilità dell'intervento psicologico, che non ha alcuna relazione con una condizione psicopatologica, e quindi non va automaticamente associato alla presenza di un disturbo che necessita un intervento terapeutico.

Ci sono momenti nella nostra vita in cui sentiamo il bisogno di guardarci dentro e ristabilire un contatto con noi stessi, riprendere quel dialogo interiore che è stato interrotto dalla sofferenza.
Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa essere accompagnati in un viaggio di esplorazione nel nostro mondo interiore, incontrare la propria sofferenza che finalmente troverà uno spazio e un luogo in cui essere ascoltata, accettata, compresa e che, “illuminerà” quelle parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli e, grazie alle quali, è possibile trovare nuove chiavi di lettura della propria storia.
A volte durante la nostra vita ci sono delle “battute d'arresto”, momenti in cui avvertiamo una “dissonanza” tra la nostra esperienza interiore e le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita.
Ad esempio una persona pur credendo nelle proprie capacità non si sente sufficientemente considerata dai familiari o dai colleghi sul luogo di lavoro e ciò, inevitabilmente, si ripercuote sulla sua autostima, generando un abbassamento del tono dell'umore associato ad una sensazione di inadeguatezza.

Falsi miti.

Nell'immaginario collettivo esistono tuttavia delle “false credenze” che riguardano la decisione di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per migliorare il proprio benessere interiore, una di queste è il timore di diventare dipendente da lui per il resto della nostra vita.
Al contrario, uno degli obiettivi principali della psicoterapia, è favorire il recupero della fiducia nelle risorse personali e nella capacità di utilizzarle per riconquistare la piena autonomia nell'affrontare situazioni stressanti in modo funzionale.

Un altro pregiudizio molto diffuso è quello relativo ai costi elevati della psicoterapia, pregiudizio derivante dall'iniziale diffusione della psicoanalisi che prevedeva almeno tre sedute settimanali e si prolungava a volte anche per più di un decennio.

Un altra convinzione molto diffusa è: “gli amici e i familiari sono gli unici che possono aiutarmi, perché loro mi vogliono bene”.
A tal proposito, non bisogna confondere il sostegno che può essere offerto da un amico che simpatizza identificandosi con noi, dal ruolo svolto da uno psicoterapeuta che entra in empatia con le nostre emozioni, in altri termini, egli è in grado di sentirle come se fossero le proprie, senza dimenticare che non appartengono a lui, quindi non cede alla tentazione di sostituirsi a noi offrendo indicazioni e suggerimenti sul modo di risolvere i nostri problemi.

Un altro pregiudizio riguarda il timore di essere giudicati dal terapeuta, ancora una volta la notevole diffusione della psicanalisi ha determinato una costante generalizzazione nell'immaginario collettivo che ha prodotto lo stereotipo di un rapporto “sbilanciato” tra terapeuta e cliente dove il potere sta tutto nelle “mani” del terapeuta e che si manifesta attraverso la sua interpretazione dell'esperienza del paziente.
Al contrario, la psicoterapia è un processo relazionale che si basa sulla collaborazione paritaria.

Concludo questo articolo con le parole di una cliente che descrive la sua esperienza durante la psicoterapia: “La fatica più grande: affidarmi ad un'altra persona (...) ma la salvezza è stata proprio quella. Abbandonarmi e scoprire il sollievo di non annegare (...) di non precipitare nel vuoto della pazzia, perché uno sguardo altro mi sosteneva (...) dare voce a tutte le parti di me, dare a tutte una dignità e diritto di esistere con la loro verità. Ho scoperto che non volevo perderne neppure una, in tutte mi sono riconosciuta” (Kopp, 1975, pp. 26).

Riferimenti bibliografici:
Alexander F., French T. M. et al. (1946), Psychoanalytic Therapy: Principles and Application, New York: Ronald Press.
Kopp S. (1975) “Se incontri il Budda per la strada uccidilo”, Astrolabio, Roma.

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Ansiolitici: lo sapevate che...?

In questo post prendo in esame i farmaci ansiolitici, soffermandomi sul Delorazepam, di cui esiste sia il generico che il commerciale (il famoso "En"). E' uno degli ansiolitici più venduti al mondo, è un farmaco derivato dalla benzodazepine.

Ci sono alcune informazioni che riguardano questi farmaci che non sempre il paziente riceve al momento della prescrizione, o, se le riceve, è il paziente stesso a sottovalutarle.

Lo sapevate che viene spesso prescritto inutilmente?
Partiamo dalle indicazioni terapeutiche e p
rendiamo i dati dal bugiardino: "Stati di ansia. Squilibri emotivi collegati a stress situazionali, ambientali e ad affezioni organiche acute e/o croniche. Distonie neurovegetative e somatizzazioni dell'ansia a carico di vari organi ed apparati. Sindromi psiconevrotiche. Nevrosi depressive. Agitazione psicomotoria. Stati psicotici a forte componente ansiosa e con alterazioni dell'umore. Disturbi del sonno di varia origine."
E infine, da notare bene: "Le benzodiazepine sono indicate soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio."

A questo punto sorge una domanda: chi deve prescrivere l'ansiolitico? Ovvero chi è meglio in grado di diagnosticare uno dei disturbi elencati fra le indicazioni terapeutiche?
I più indicati sono gli psichiatri, i neurologi e i medici di famiglia. Agli altri specialisti, ad esempio quelli che sospettano "somatizzazioni dell'ansia a carico di vari organi ed apparati", suggerirei solo di indicare l'ansia come possibile causa della patologia che hanno diagnosticato e di indirizzare il paziente presso uno dei tre specialisti prima elencati. I motivi principali, per cui i colleghi delle altre discipline dovrebbero solo indicare la via e non prescrivere il farmaco sono: la somministrazione va seguita nel tempo; va valutato il percorso che porta alla sospensione; va fatta una visita finale. Ve lo immaginate ad esempio un cardiologo che vi visita per sapere come va l'ansiolitico? Non vi sembra un po' fuori luogo?

In qualsiasi caso andrebbe comunque fatta una corretta a approfondita anamnesi (soffermandosi sugli aspetti psicologici del paziente) che miri a capire le cause e a trovare le soluzioni adatte ad ogni singolo caso.

La parte che però ritengo fondamentale è quella finale. Siamo certi che le benzodiazepine siano prescritte solo quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grave disagio? Se fosse così sarebbe difficile spiegare il motivo per cui sono fra i farmaci più venduti al mondo. Un'ipotesi potrebbe essere questa: i medici non conoscono o non si fidano delle alternative. Quali sono? La psicoterapia e/o i rimedi naturali (tra questi i più utilizzati e conosciuti sono la valeriana, la passiflora, il biancospino e l'iperico). Come molte ricerche scientifiche dimostrano (ad esempio "Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia" link), non c'è nessuna differenza fra questi rimedi e il farmaco.

Lo sapevate che viene spesso assunto per mesi o per anni?
Adesso vediamo la posologia e modo di somministrazione, s
empre dal bugiardino: "Il trattamento dell'ansia dovrebbe essere il più breve possibile. Il paziente dovrebbe essere rivalutato regolarmente e la necessità di un trattamento continuato dovrebbe essere valutata attentamente, particolarmente se il paziente è senza sintomi. La durata complessiva del trattamento, generalmente, non dovrebbe superare le 8-12 settimane, compreso un periodo di sospensione graduale. In determinati casi, può essere necessaria l'estensione oltre il periodo massimo di trattamento; in tal caso, ciò non dovrebbe avvenire senza rivalutazione della condizione del paziente."

Una domanda: quante persone conoscete che prendono ansiolitici senza sosta da diversi anni? C'è davvero qualcosa che non quadra! Questa è una di quelle informazioni che dovreste sapere tutti, la prima informazione che il medico dovrebbe dare al paziente, preoccupandosi che il paziente l'abbia ricevuta bene sia in prima battuta che nelle successive visite di controllo. A giudicare dai risultati non credo che sia così.

Lo sapevate che l'assunzione causa una dipendenza difficile da curare?
Vediamo le speciali avvertenze e precauzioni per l'uso, d
al bugiardino: "L'uso di benzodiazepine può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica da questi farmaci. Il rischio di dipendenza aumenta con la dose e la durata del trattamento; esso è maggiore in pazienti con una storia di abuso di droga o alcool. Una volta che la dipendenza fisica si è sviluppata, il termine brusco del trattamento sarà accompagnato dai sintomi di astinenza."
Lo sapevate? Sapevate anche che aumenta con il passare del tempo? Che dopo anni di uso continuato curare la dipendenza da ansiolitici è difficile quanto curare la dipendenza da alcool o droghe?
Infatti i pazienti che sono diventati dipendenti dalle benzodiazepine, alle dosi terapeutiche, normalmente sono accumunati da diverse delle seguenti caratteristiche (cfr. The Ashton Manual):
  • Hanno assunto benzodiazepine su prescrizioni mediche in dosi “Terapeutiche” (normalmente basse) per mesi od anni.
  • Hanno, gradualmente, sentito il bisogno di assumere benzodiazepine per svolgere le normali attività quotidiane.
  • Hanno continuato ad assumere benzodiazepine, nonostante il motivo che ne aveva in origine fatto scaturire la prescrizione fosse cessato.
  • Hanno difficoltà a sospendere l’assunzione del farmaco, o a ridurlo, a causa dell’insorgere dei sintomi da astinenza.
  • Nell’assunzione di benzodiazepine ad emivita breve, sviluppano sintomi di ansia, tra una somministrazione e l’altra, o hanno un forte desiderio di assumere la dose seguente.
  • Contattano regolarmente il loro medico per ottenere ripetutamente le ricette necessarie per continuare il trattamento.
  • Diventano ansiosi se la ricetta successiva non è subito disponibile. Devono avere sempre con sé il farmaco. Possono assumerne una dose prima di un evento che ritengono possa loro generare stress, o nel caso di dover trascorrere una notte in un luogo diverso dalla solita camera.
  • Possono aver aumentato la dose, rispetto a quella indicata, inizialmente, nella prima prescrizione medica.
Se la risposta a tutte e tre le domande è stata si vi faccio i miei complimenti, siete persone ben informate e probabilmente anche il vostro medico ha saputo fornirvi tutte le indicazioni necessarie. Se invece la riposta anche ad una sola delle domande è risultata negativa ed assumente una benzodiazepina da più di 8-12 settimane, vi consiglierei di tornare dal vostro medico (o da uno specialista) e cercate urgentemente una soluzione.

Bibliografia
Monografia Delorazepam
The Ashton Manual
Articolo scientifico "Efficacia della psicoterapia nel trattamento del disturbo di panico con agorafobia"
Pagina wikipedia Delorazepam

Chi cura la mente?

La cosiddetta “gente comune”, diciamo, i non addetti ai lavori, hanno una certa difficoltà a destreggiarsi fra quelle che sono diventate negli ultimi venti anni, le figure professionali che s’interessano di Psicologia, cioè la scienza che studia i fenomeni della vita affettiva e mentale nell’uomo.
Ecco quindi l’elenco di questi:

  • Neuropsichiatra. 
  • Psichiatra
  • Neurologo
  • Neuropsichiatra infantile.
  • Psicologo
  • Psicologo clinico
  • Psicoterapeuta
  • Psicoanalista

Neuropsichiatra
È un medico che dopo i sei anni di medicina e chirurgia, ha seguito un corso di specializzazione (quattro anni) di Neuropsichiatria. Diciamo subito che dagli anni ottanta tale specializzazione non esiste più e si è scissa in due parti: Neurologia e Psichiatria. Chiaramente chi aveva ottenuto la specializzazione può continuare ad esercitare sia come Psichiatra sia come Neurologo.
Psichiatra
È il medico della mente. Specializzato in Psichiatria (quattro anni), s’interessa delle alterazioni affettive e comportamentali gravi. Ha prevalentemente una impostazione di tipo organicistico. La “mente” è intesa come un organo e la sua cura è farmacologica. Lo psichiatria si serve di una accuratissima descrizione e classificazione dei sintomi e delle alterazioni comportamentali (nosologia).
Neurologo
È rimasto erroneamente, come pensava la paziente del mio collega, nel campo del mentale. In realtà, il Neurologo per formazione è un medico specializzato in Neurologia ( 4 anni) che s’interessa del sistema nervoso centrale e periferico elusivamente da un punto di vista organico. I suoi interessi professionali sono l’anatomia, la fisiologia e la patologia. Cura ad esempio la sclerosi multipla, i tumori, le ernie, l’ ictus celebrale, l’epilessia etc…
Neuropsichiatra infantile 
È rimasta, per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza, la vecchia unione Psichiatria-Neurologia. Il Neuropsichiatria infantile è un medico specialista che cura le patologie d’organo del sistema nervoso e i disagi mentali dei bambini e adolescenti fino ai 16 – 18 anni. Competenze specifiche del Neuropsichiatra infantile sono ad esempio le convulsioni infantili, l’epilessia…ma anche l’autismo, le psicosi, le nevrosi…
Psicologo 
Non è un medico ma un laureato in Psicologia ( 5 anni). La preparazione dello Psicologo, di là dalle capacità personali, non è clinica. Al futuro Psicologo mediamente, non è richiesta la frequentazione di strutture cliniche. La sua è una preparazione prevalentemente teorica. Solo dopo la laurea, per il superamento dell’esame di stato, deve fare un internato di circa un anno, in una struttura pubblica o comunque riconosciuta. Lo Psicologo alla fine acquisisce una preparazione che gli permette di seguire il paziente in equipe con altri colleghi (psichiatri, psicoterapeuti…) La legge gli permette di fare dei colloqui, non di curare pazienti con la psicoterapia.
Psicologo-clinico 
La Psicologia-clinica è una specializzazione universitaria cui posso accedere i Medici e Psicologi (4 anni). L’impostazione accademica, fondamentalmente non è molto diversa del corso di laurea in Psicologia. È approfondita la teoria ma, per la verità, si fa poca clinica.
Psicoterapeuta 
Può essere sia un Medico che uno Psicologo che dopo i rispettivi corsi di laurea si sono specializzati in una delle scuole riconosciute dallo stato (4 anni). Possono fregiarsi del titolo di Psicoterapeuta anche gli Psichiatri. Lo Psicoterapeuta s’interessa di disagi psicologici che non abbiano una prevalente componente psichiatrica. Solitamente, anche se Medico, non usa medicine e imposta la terapia su dei colloqui, sedute, con una frequenza di una, due o tre volte la settimana. Il tipo d’impostazione teorica risente della scuola di pensiero cui il terapeuta aderisce e si è formato. Di queste “scuole di pensiero” ve ne sono molte e alcune antitetiche tra loro, si calcola che nel mondo se ne riconoscano più di 500.
Psicoanalista
In Italia non è riconosciuto dallo Stato il titolo di Psicoanalista. Ogni persona più o meno in buona fede si può definire Psicoanalista. C’è stata, all’inizio degli anni 2000, una causa intentata contro un signore che si “spacciava” per Psicoanalista e non aveva alcun titolo accademico. Quel signore vinse la causa, e continuo a fare il suo lavoro. La cosa strana è che da sempre, fin dall’inizio della terapia psicologica, la psicoanalisi venne considerata giustamente la madre di tutte le terapie. Fatta questa doverosa premessa bisogna aggiungere che per diventare psicoanalisti in realtà il percorso è molto lungo e selettivo. In effetti, chi esercita la psicoanalisi, se non è un imbroglione, deve essere uno psicoterapeuta, quindi medico o psicologo che ha fatto poi una delle scuole quadriennali che abbiamo visto prima.Fatto ciò, deve chiedere ad una delle Società Psicoanalitiche che sono essenzialmente quella freudiana e quella junghiana l’ammissione. Una volta accettato all’interno di una di queste Società inizia un percorso formativo che si snoda in una analisi personale, mediamente 5, 7 anni, una analisi didattica, 3, 4 anni, due supervisioni, studio e clinica.

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