Dr. Daniele Aprile

Medico Psicoterapeuta – Ricevo a Bari e Conversano

Chi cura la mente?

La cosiddetta “gente comune” ha una certa difficoltà a destreggiarsi fra quelle che sono diventate negli ultimi venti anni, le figure professionali che s’interessano di Psicologia, cioè la scienza che studia i fenomeni della vita affettiva e mentale nell’uomo.

Ecco quindi l’elenco di questi:

  • Neuropsichiatra 
  • Psichiatra
  • Neurologo
  • Neuropsichiatra infantile
  • Psicologo
  • Psicologo clinico
  • Psicoterapeuta
  • Psicoanalista

Neuropsichiatra

È un medico che dopo i sei anni di medicina e chirurgia, ha seguito un corso di specializzazione (quattro anni) di Neuropsichiatria. Diciamo subito che dagli anni ottanta tale specializzazione non esiste più e si è scissa in due parti: Neurologia e Psichiatria. Chiaramente chi aveva ottenuto la specializzazione può continuare ad esercitare sia come Psichiatra sia come Neurologo.

Psichiatra

È il medico della mente. Specializzato in Psichiatria (cinque anni), s’interessa delle alterazioni affettive e comportamentali gravi. Ha prevalentemente una impostazione di tipo organicistico. La “mente” è intesa come un organo e la sua cura è farmacologica. Lo psichiatria si serve di una accuratissima descrizione e classificazione dei sintomi e delle alterazioni comportamentali (nosologia).

Neurologo

È rimasto erroneamente nel campo del mentale. In realtà, il Neurologo per formazione è un medico specializzato in Neurologia ( 4 anni) che s’interessa del sistema nervoso centrale e periferico elusivamente da un punto di vista organico. I suoi interessi professionali sono l’anatomia, la fisiologia e la patologia. Cura ad esempio la sclerosi multipla, i tumori, le ernie, l’ ictus celebrale, l’epilessia etc…

Neuropsichiatra infantile 

È rimasta, per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza, la vecchia unione Psichiatria-Neurologia. Il Neuropsichiatria infantile è un medico specialista che cura le patologie d’organo del sistema nervoso e i disagi mentali dei bambini e adolescenti fino ai 16 – 18 anni. Competenze specifiche del Neuropsichiatra infantile sono ad esempio le convulsioni infantili, l’epilessia, ma anche l’autismo, le psicosi, le nevrosi.

Psicologo 

Non è un medico ma un laureato in Psicologia (5 anni). La preparazione dello Psicologo, di là dalle capacità personali, non è clinica. Al futuro psicologo mediamente, non è richiesta la frequenza di strutture cliniche. La sua è una preparazione prevalentemente teorica. Solo dopo la laurea, per il superamento dell’esame di stato, deve fare un internato di circa un anno, in una struttura pubblica o comunque riconosciuta. Lo psicologo alla fine acquisisce una preparazione che gli permette di seguire il paziente in equipe con altri colleghi (psichiatri, psicoterapeuti). La legge gli permette di fare dei colloqui, non di curare pazienti con la psicoterapia.

Psicologo-clinico 

La Psicologia-clinica è una specializzazione universitaria cui posso accedere i Medici e Psicologi (4 anni). L’impostazione accademica, fondamentalmente non è molto diversa del corso di laurea in Psicologia. È approfondita la teoria ma, per la verità, si fa poca clinica.

Psicoterapeuta 

Può essere sia un Medico che uno Psicologo che dopo i rispettivi corsi di laurea si sono specializzati in una delle scuole riconosciute dallo stato (4 anni). Possono fregiarsi del titolo di Psicoterapeuta anche gli Psichiatri. Lo Psicoterapeuta s’interessa di disagi psicologici che non abbiano una prevalente componente psichiatrica. Solitamente, anche se Medico, non usa medicine e imposta la terapia su dei colloqui, sedute, con una frequenza di una, due o tre volte la settimana. Il tipo d’impostazione teorica risente della scuola di pensiero cui il terapeuta aderisce e si è formato. Di queste “scuole di pensiero” ve ne sono molte, le più conosciute sono la scuola psicoanalitica, psicodinamica, cognitiva.

Psicoanalista

In Italia non è riconosciuto dallo Stato il titolo di Psicoanalista. Ogni persona più o meno in buona fede si può definire Psicoanalista. Per diventare psicoanalisti in realtà il percorso è molto lungo e selettivo. In effetti, chi esercita la psicoanalisi, se non è un imbroglione, deve essere uno psicoterapeuta, quindi medico o psicologo che ha fatto poi una delle scuole quadriennali che abbiamo visto prima.Fatto ciò, deve chiedere ad una delle Società Psicoanalitiche che sono essenzialmente quella freudiana e quella junghiana . Una volta accettato all’interno di una di queste Società inizia un percorso formativo che si snoda in una analisi personale, mediamente 5, 7 anni, una analisi didattica, 3, 4 anni, due supervisioni, studio e clinica.

Perché e quando rivolgersi ad uno Psicoterapeuta?

Attualmente è ancora molto diffusa l’idea del ricorso allo psicologo come “ultima spiaggia”: spesso solo quando si avverte di aver esaurito tutti i tentativi di soluzione del problema e prevale la confusione mista all’incertezza, si affaccia nella nostra mente il pensiero di ricorrere all’aiuto di uno psicoterapeuta.
L’inizio di una psicoterapia, a volte viene erroneamente vissuto come la certificazione del passaggio da una condizione normale ad una condizione patologica, che necessita di una “cura”.

In secondo luogo, c’è da rilevare la difficoltà ad accettare gli aspetti della propria personalità che giudichiamo “anomali” solo perché non coincidono con la rappresentazione ideale che abbiamo di noi stessi.Ad esempio, una persona che sta affrontando una separazione/divorzio, non necessariamente presenta disturbi psicopatologici, ma ciò non esclude che egli possa ugualmente aver bisogno di uno specialista che l’accompagni durante una fase significativa della sua storia personale, offrendogli l’opportunità di vivere “un’esperienza emozionale correttiva” (Alexander, 1946).
Ad esempio, un genitore che si rivolge allo psicologo non lo fa perché ha una psicopatologia, ma solo perché vive la frustrazione di un rapporto disfunzionale con il figlio e, desidera confrontasi con uno specialista che l’aiuti ad individuare quelle modalità che si sono rivelate inefficaci in una relazione così significativa come quella genitore/figlio.
Questi sono solo alcuni esempi della versatilità dell’intervento psicologico, che non ha alcuna relazione con una condizione psicopatologica, e quindi non va automaticamente associato alla presenza di un disturbo che necessita un intervento terapeutico.

Ci sono momenti nella nostra vita in cui sentiamo il bisogno di guardarci dentro e ristabilire un contatto con noi stessi, riprendere quel dialogo interiore che è stato interrotto dalla sofferenza.
Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa essere accompagnati in un viaggio di esplorazione nel nostro mondo interiore, incontrare la propria sofferenza che finalmente troverà uno spazio e un luogo in cui essere ascoltata, accettata, compresa e che, “illuminerà” quelle parti di noi di cui non siamo pienamente consapevoli e, grazie alle quali, è possibile trovare nuove chiavi di lettura della propria storia.
A volte durante la nostra vita ci sono delle “battute d’arresto”, momenti in cui avvertiamo una “dissonanza” tra la nostra esperienza interiore e le situazioni che ci troviamo ad affrontare nella vita.
Ad esempio una persona pur credendo nelle proprie capacità non si sente sufficientemente considerata dai familiari o dai colleghi sul luogo di lavoro e ciò, inevitabilmente, si ripercuote sulla sua autostima, generando un abbassamento del tono dell’umore associato ad una sensazione di inadeguatezza.

Falsi miti.
Nell’immaginario collettivo esistono tuttavia delle “false credenze” che riguardano la decisione di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per migliorare il proprio benessere interiore, una di queste è il timore di diventare dipendente da lui per il resto della nostra vita.
Al contrario, uno degli obiettivi principali della psicoterapia, è favorire il recupero della fiducia nelle risorse personali e nella capacità di utilizzarle per riconquistare la piena autonomia nell’affrontare situazioni stressanti in modo funzionale.

Un altro pregiudizio molto diffuso è quello relativo ai costi elevati della psicoterapia, pregiudizio derivante dall’iniziale diffusione della psicoanalisi che prevedeva almeno tre sedute settimanali e si prolungava a volte anche per più di un decennio.

Un altra convinzione molto diffusa è: “gli amici e i familiari sono gli unici che possono aiutarmi, perché loro mi vogliono bene”.
A tal proposito, non bisogna confondere il sostegno che può essere offerto da un amico che simpatizza identificandosi con noi, dal ruolo svolto da uno psicoterapeuta che entra in empatia con le nostre emozioni, in altri termini, egli è in grado di sentirle come se fossero le proprie, senza dimenticare che non appartengono a lui, quindi non cede alla tentazione di sostituirsi a noi offrendo indicazioni e suggerimenti sul modo di risolvere i nostri problemi.

Un altro pregiudizio riguarda il timore di essere giudicati dal terapeuta, ancora una volta la notevole diffusione della psicanalisi ha determinato una costante generalizzazione nell’immaginario collettivo che ha prodotto lo stereotipo di un rapporto “sbilanciato” tra terapeuta e cliente dove il potere sta tutto nelle “mani” del terapeuta e che si manifesta attraverso la sua interpretazione dell’esperienza del paziente.
Al contrario, la psicoterapia è un processo relazionale che si basa sulla collaborazione paritaria.

Concludo questo articolo con le parole di una cliente che descrive la sua esperienza durante la psicoterapia: “La fatica più grande: affidarmi ad un’altra persona (…) ma la salvezza è stata proprio quella. Abbandonarmi e scoprire il sollievo di non annegare (…) di non precipitare nel vuoto della pazzia, perché uno sguardo altro mi sosteneva (…) dare voce a tutte le parti di me, dare a tutte una dignità e diritto di esistere con la loro verità. Ho scoperto che non volevo perderne neppure una, in tutte mi sono riconosciuta” (Kopp, 1975, pp. 26).

Riferimenti bibliografici:
Alexander F., French T. M. et al. (1946), Psychoanalytic Therapy: Principles and Application, New York: Ronald Press.
Kopp S. (1975) “Se incontri il Budda per la strada uccidilo”, Astrolabio, Roma.